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Riflessioni

Il Sarcofago dei Venti Venti

Digito su un cellulare questo insieme di lettere con la scusa di caricarle in uno Scenario Urbano… In un fondale del Palcoscenico in cui posso credere che nulla mi appartenga. Il lettore potrà ricondurre questo accorpamento di lettere ad un nome, ma lo potrà fare solo attraverso una voce che non è riconducibile né a quella del nome, né alla propria… Infondo non c’è nessuna voce.

Non conta a chi appartenga e non conta chi è a digitare, conta solo ciò che ne potrà fuoriuscire. L’individualità e il possesso, l’essere e l’avere, sono delle camicie di forza per chi, indebolito dalla paura, è costretto a vivere in una stanza ovattata, in Totale Serenità.

Di norma, il Palcoscenico Globale in cui siamo proiettati non è altro che una vetrina, luogo di esposizione. Tutto ciò che interessa alla Macchina Globale è la nostra messa in vendita allo sguardo, anticamera dell’acquisizione, che ancor prima di essere vendita della sopravvivenza dell’individuo all’individuo stesso, è messa in vendita dell’esistenza.
Essere visualizzati e visualizzare è la nuova forma d’esistenza. L’essere presente viene certificato solo tramite le finisimme estroflessioni della Macchina Globale. Chi ne è fuori è inesistente.

Pur non potendoci slegare da tale impostazione totalitaria, sappiamo benissimo che non ci appartiene e che anzi, trova la propria auto-alimentazione nel fatto che gli apparteniamo senza aver dato consenso.
Questo appartenergli senza aver dato consenso è uno stupro esercitato sulle nostre esistenze ancor prima della nascita e trova la propria concretizzazione nel macroscopico sgomitare della Giungla Capitalista.

Come fare di questa Messa in Scena una possibilità di RIVENDICAZIONE di ciò che sentiamo e non una DEFINIZIONE di ciò che siamo? Come poter trovare una Fonte di Possibilità nella Desertificazione del Reale?

L’innegabile irrazionalità irresponsabile del Capitale non è più solo una rabbrividevole ripartizione delle esistenze fisiche, ovvero una Macchina Mietitrice capace di dividere i meritevoli di vita dai meritevoli di morte, ma una vera e propria minaccia per la sopravvivenza dell’intera specie umana. Il collasso dell’ecosistema è stimato per il 2050.

Stiamo abbracciando un’insostenibilità, letteralmente, apocalittica.

La nostra vita è continuamente contrassegnata da chiusura di spazi.
Il lento scivolare verso un’esistenza digitale è il passaggio esistenziale più delicato, e al contempo sottovalutabile, per la nostra specie.
Tale fenomeno rientra ovviamente nella dilagante amputazione di spazi fisici sociali, che da decenni, secoli, o forse potremmo dire dalla nascita della Civiltà, viene effettuata attaverso una neutralizzazione di movimenti.

“Bussano al citofono o alla porta di casa?
Quale estraneo osa? Non ho ordinato nessun pacco.”
Che i termini straniero ed estraneo siano riconducibili a “strano” è un’ovvietà. La vivisezione delle nostre peculiarità non è mai stata così raffinata, asfissiare il difforme è un gioco da ragazzi: “Giocate solo con gli androidi di ultima generazione! Degli Altri, dei non aggiornati, dei difettosi, non ci si può fidare!”. Il centro di controllo chiamato “Io”, una volta impiantato, dardeggia paura dentro di sé per distanziarsi il più possibile verso ciò che lo circonda, angosciato dal principio di auto-conservazione.

Come convincere un assuefatto che ciò che gli viene imboccato per orecchie e occhi non sia  Cura bensì Veleno?

Che la strada agghindata e luccicante, lastricata di stimoli e godimenti effimeri, più che essere la strada verso la realizzazione sia forse la strada verso la scomparsa? Che la Specie Umana sia riuscita a costruirsi un sarcofago tanto ammaliante per poter dare scacco matto a Madre Natura, abbracciando il più gelido dei destini ovvero: il vivere da morti?
Anche se fosse… Le Immagini e gli Alter-ego continueranno a dare spettacolo sul Palcoscenico… Applaudendosi l’un l’altro.
Senza emettere nessun rumore.
Come si addice a dei bravi fantasmi.

La foto di copertina è stata scelta dall’autore del testo su questo sito

Autore

  • Valerio Specchio si definisce uno studente di filosofia nomade.

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