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Riflessioni

Il caso George Floyd fa scoppiare la rivolta sociale negli USA

E’ lunedì 25 maggio e sono le 20 quando a Minneapolis viene fermato George Floyd, un buttafuori in cerca di un nuovo lavoro, accusato di aver assunto sostanze stupefacenti e di essere in possesso di un documento falso che aveva cercato di utilizzare in un minimarket, è un afroamericano.

Gli agenti di polizia, intervenuti sul posto, intimano a George di scendere dalla macchina nella quale era seduto ma lui oppone resistenza.

E’ bastato questo a fare infuriare i poliziotti che di forza lo hanno tirato fuori dalla macchina e ammanettato, uno degli agenti per neutralizzarlo tiene premuto il suo ginocchio contro il collo di George. Il sospetto comincia ad avere seri problemi respiratori, i suoi occhi e il suo volto sono gonfi e tutto quello che riesce a ripetere è “non riesco a respirare”, l’uomo ha difficoltà ingravescenti a respirare ma agli agenti sembra non importare; anche se neutralizzato ed inoffensivo, un agente preme il ginocchio contro il collo di George Floyd mentre l’altro osserva la scena senza intervenire anche quando  l’accusato comincia a  perdere sangue dal naso, questo fin quando il sospettato non smette di parlare: è ormai in fin di vita.

Scene già viste in quello Stato americano, nel Paese che si arroga il diritto di definirsi la più grande democrazia del mondo ma nel quale convivono ancora evidenti contraddizioni.

Non bisogna andare troppo indietro nel tempo per ricordare atrocità da parte della polizia statunitense nei confronti di uomini afroamericani: Michael Brown, ucciso brutalmente a Ferguson perché sospettato di una rapina, Stephon Clark sparato perché il suo cellulare ricordava un’arma da fuoco, due per tutti.  

Le immagini del fermo finito in tragedia sono state riprese e postate sui social da passanti che hanno chiesto inutilmente di smettere togliere il ginocchio dal collo di George Floyd, nella notte del 27 maggio in tutto il mondo erano ormai diventati virali il video e la storia della tragedia consumatasi a Minneapolis.

Sono state avviate indagini lampo sulla vicenda e i quattro poliziotti sono stati licenziati, ad annunciare il licenziamento è stato il sindaco di Minneapolis Jacob Frey che via Twitter ha dichiarato: “Questa è la decisione più giusta. Credo in ciò che ho visto e ciò che ho visto è sbagliato sotto tutti i punti di vista. Quell’uomo non avrebbe dovuto morire; essere un nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte. Per cinque minuti abbiamo visto un poliziotto bianco premere il ginocchio contro il collo di un uomo di colore. Cinque minuti”.

Ma il licenziamento non basta ai familiari di Floyd e alla comunità afroamericana, che chiedono che tutti e quattro vengano accusati di omicidio.

Non sono mancate le dichiarazioni dei due candidati alla Presidenza degli Stati Uniti, l’attuale presidente Trump, in corsa per un secondo mandato, ha definito la vicenda come “molto, molto triste”, e Biden, candidato alla presidenza democratica, ha dichiarato che tutto questo fa parte di un sistema ancora radicato nel paese; dichiarazioni che potrebbero apparire ipocrite in quanto sia Biden che Trump hanno tristemente sfruttato l’immagine della comunità nera due giorni fa per le elezioni di novembre. Importanti esponenti politici hanno condannato l’atto, anche l’Alto Commisario delle Nazioni Unite Bachelet ha chiesto che venisse fermato questo tipo di violenza negli USA, dove si registrano sempre più vittime afroamericane da parte della polizia. Ad oggi, le proteste si sono estese in almeno 30 città statunitensi e due persone, un diciannovenne e un poliziotto, sono morte durante i “riots”.

In un solo giorno almeno tre città sono state coinvolte in una manifestazione contro la violenza razzista e in memoria di George Floyd e non solo negli USA.

Nella città di George, Minneapolis, si è verificata un’escalation di violenza contro la polizia e contro i negozi. Inutile l’appello del sindaco su Twitter: “Per favore Minneapolis, ha detto in un tweet, non possiamo lasciare che una tragedia generi un’altra tragedia. Chiediamo il vostro aiuto per mantenere la pace” ed inutili le scuse, seguite da ammonizioni verso i violenti, del capo della polizia di Minneapolis.

Per capire la portata della manifestazione di Minneapolis basta sfogliare le pagine dei principali quotidiani o cercare sul web: circolano immagini di diversi episodi di devastazione e incendi di negozi e supermercati nella parte meridionale della città: sono stati presi di mira negozi, abitazioni, la centrale di polizia e appiccati roghi nella notte.

Nei giorni successivi le proteste sono continuate ininterrottamente e sono diventate sempre più violente  portando alla mobilitazione della Guardia Nazionale da parte del Governatore Tim Waltz e alla condanna della violenza da parte di esponenti politici sia democratici che repubblicani.

A Minneapolis i manifestanti  hanno organizzato una ridistribuzione gratuita di alimenti e altri oggetti saccheggiati nei grandi negozi:  la povertà è cresciuta durante la pandemia da covid 19 e molte grandi aziende hanno licenziato massivamente i dipendenti. E’ un’umanità dolorante, offesa quella di cui parliamo, rabbiosa per dover difendere i diritti basilari, non solo la comunità nera ma tutta la società civile ha un nemico da combattere, il razzismo violento, ancor più aberrante perché agito da chi dovrebbe difendere i cittadini. Il pretesto che si trattava di un tossicodipendente, di un uomo che aveva compiuto un reato non giustifica una violenza giustizialista, è compito della polizia assicurare alla giustizia non giustiziare.

A nulla è servito l’arresto di Derek Chauvin, il poliziotto responsabile della morte di George Floyd: i manifestanti chiedono l’arresto anche degli altri tre agenti che non hanno mosso un dito e  permesso che martedì scorso si consumasse quell’atrocità nelle strade di Minneapolis.

La più grande democrazia al mondo  si trova ad affrontare ancora una volta la realtà di un sistema violento, reazionario, ipercompetitivo ed insensatamente razzista: vivere negli Stati Uniti del 2020 è così  diverso dal vivere negli Stati Uniti del 1960?

La vicenda di George Floyd, se non può considerarsi  una risposta esaustiva,  pesa come un macigno sulla democrazia.  Sono già  trascorsi  cinquantacinque anni dal Bloody Sunday di Selma, e quasi cinquantasette dal discorso di Martin Luther King al Lincoln Memorial: “Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai neri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.” eppure c’è ancora molto, troppo da fare.

Le Parole  di Martin Luther King oggi appaiono più profetiche che mai, purtroppo riescono a mantenere una inquietante attualità anche a 60 anni di distanza.

Ad oggi i saccheggi e gli scontri e continuano e dilagano di città in città negli USA, si spera  che in questi giorni di rabbia ed impotenza non si debbano piangere altri morti. Quanti morti, quanto dolore ci vorrà ancora per giungere al riposo e alla tranquillità di un giorno in cui non sarà il colore della pelle a decidere dei diritti dei cittadini?

Autore

  • Francesco Fatone è un attivista del Comitato per Villa Giaquinto di Caserta, laureato in Scienze Politiche.

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